Cronaca impressionista sull’inquietudine contemporanea
Ansia, fragore di viscere che si intrecciano. Sono i brontolii di un mare in tempesta.
Inspira, trattieni il fiato, espira, trattieni il fiato. Il caldo entra dalle narici, l’umidità è una patina di lucciconi. Gli aghi di pino si muovono, flettendo le braccia degli alberi. Inspira, trattieni, espira, trattieni. Una, due, tre cicale si uniscono al coro. Un serpente si rintana tra i cespugli. Piovono piume di uccelli: verdi, gialle, nere, grigie. Inspira, trattieni, espira, trattieni. Afferri la sabbia bianca della spiaggia. Il mare alle spalle, dentro la pancia.
Si posa una farfalla chiazzata d’arancio sulla punta del tuo naso. Le viscere rallentano e così il canto delle cicale. Il fragore diventa risacca. Aria nuova nei polmoni. Ha questo gusto l’ossigeno? Inspira, trattieni, espira, trattieni. Hai bisogno di un momento, solo di un momento.
Una pozzanghera di luce, di bagliori galleggianti. Silenzio, adesso, ma non quiete.

[…]
Poca favilla gran fiamma seconda
[…]
Nasce sovente da un dolore lieve un grande male,
cui non dà tregua sollievo di farmaci,
e a sanare chi versa in gorghi d’aspri morbi
basta l’imposizione delle mani.
Ai mortali la Parca reca beni e reca mali,
e ai doni degli dèi scampo non c’è.

Alle muse, Solone1

Canto di sirena
C’era luce, adesso battigia. Zampe di gabbiani sulla sabbia. Qualcosa solletica i timpani, qualcos’altro brontola nell’addome. Segui la musica, ecco, bisogna sempre seguire la musica che va. Adesso dice e promette lontano dalla spuma. Perché è troppo agitata, troppo convulsa. E tu, corpo di mille emozioni e stati d’animo, la segui. Al largo ci sono onde impetuose. Rigurgiti grigi, azzurri, verdi, blu.
Sei piccolo, quando il mare è mosso. Piccolo e grato, ma non osi che sussurrarlo. Perché puoi dargli le spalle e seguire il sentiero che porta nell’entroterra, di nuovo lontano dal mare, con le note che incalzano.
Tanti ronzii, tanti fuochi d’artificio, tanti riflessi attirano l’attenzione: sono bizzarri e sono grotteschi, sensazionali e virali. Strillano di lettere maiuscole, catturano con asterischi e parole camuffate male. Formano una musica che attira a sé. Così dolce è la sinfonia; quanto accoglie le membra promettendo riposo! Par sollevare da ogni obbligo e responsabilità. Finché c’è lei il mare non può essere che un triste ricordo. Suona, suona, culla, culla.
Ecco cos’è: canto di sirena, ma non si vedono pinne. La sirena, affusolata, ha cavi e fili che la fanno danzare. Quant’è bella, come muove sinuosa le bobine e le piastre ramate. Ti mette a proprio agio, è una gran padrona di casa. Perché, te ne rendi conto, ti ha accolto senza sapere che ne avessi bisogno. Canta, canta, ospitale, poiché non c’è altro di cui occuparsi. Asseconda le tue voglie, ti rifornisce in gran quantità. Ha la tavola lunga e i bordi intaccati dai coltelli. Primizie sulle tovaglie e una foto, una storia, un divertimento per ogni gusto e ogni palato. Offre a tutti qualcosa. A tutti, sì, perché siete tanti. Siete tanti e quando siete arrivati? Vi scambiate occhiate intimorite e placide, ma il numero fa la forza e la forza normalità. Chissà dove siete, ma ci siete: dunque mangiate e bevete. Qualcuno mostra un po’ di coraggio, apre la bocca, parla. Altri riecheggiano quelle stesse parole. Un gioco di specchi sonori? C’è l’eco e quanto è rassicurante sentire quei suoni.

Quel rombare di acqua che ne sommerge altra
Comode oltre ogni immaginazione, queste poltrone. Vimini intrecciati e stoffe pregiate, cuscini riempiti di soffici piume. Il cibo scende, accompagnato dal bere, e spinge, sempre più a fondo, l’inquietudine iniziale. Inquietudine? Brutta parola, no, meglio dir fastidio, cruccio, ecco, un dubbio e niente più. Ciò che è piccolo, piccolo deve rimanere.
Si tuffano in bocca le carni, il buon vino, i dolci. C’è panna su tutto e un’atmosfera di festa. Le note provengono ormai dai corpi di tutti, sono cadenzati come i battiti di tanti metronomi. Dov’è la sirena? Guarda di sottecchi dalla cucina, serena, contenta, proprio compiaciuta. Il volto, se colpito dal sole, sembra brillante metallo ma, a ben vedere, ha le sembianze di chi alza lo sguardo e ne cerca le fattezze. Perché cantare, se gli altri lo fanno per lei? Pare quasi che tutta la sua ospitalità sia servita proprio a cessare il suo sforzo lasciandolo ai nuovi venuti.
Dal sentiero che getta nel salotto di legno, si affacciano di continuo altre persone. Vi stringete, scappa qualche gomitata, stomaci e intestini lavorano a pieno regime. La sala si riempie ed è così generosa da ingrandirsi da sola. Lievita come un pane fragrante allo stesso ritmo dei nuovi arrivi. Cresce, cresce, culla, culla. Le posate fanno un gran cozzare, le gole gloglottano e gli occhi di tutti sono socchiusi, i menti leggermente rialzati, a mostrare soddisfazione e appagamento.
Solo di tanto in tanto lo scroscio delle onde entra dalla finestra. Qualcuno, di buon cuore, si sporge per chiudere le imposte, ma la spuma trova sempre il modo di entrare, che sia da una fessura, o da una finestra sbattuta dal vento. Quel rombare di acqua che ne sommerge altra è inquietante, sì, e affascinante. Ma no, ti eri detto, niente inquietudine.
La fame si esaurisce e con lei la sete. Possibile aver consumato tanto? Eppure, eppure. Un tinticarello, un leggero prurito, ancora spinge le dita in un intingolo nuovo. Si ricomincia, mentre la sala si fa anfiteatro e l’anfiteatro piazza grande e la piazza grande, chissà, paese e città, nazione e continente. Ti lecchi le dita e accarezzi la pancia. Ti passi le mani sulla faccia sudata. Cerchi negli altri un cenno d’intesa e lo trovi, gioia delle gioie, riflesso sui denti, sulle posate, sulle pupille che si muovono, avanti e indietro, avanti e indietro, mai paghe, sazie, bramose, piene. In quel momento, una puntura di zanzara. Una lieve, lievissima preoccupazione.
Ma tu, chi sei? E adesso, dove ti trovi? Perché il mare muggisce e lo fuggi? Perché la sirena trascina i suoi cavi lungo il pavimento, sorridendo sorniona? Non ha chiesto nulla e c’è chi lavora per lei. Non dà ricompense eppure è seguita. Ma cosa succede?
Ansia, fragore di viscere che si inseguono. Mare in tempesta. Un banco di pesci si agita nelle profondità dell’acqua e quei pesci sono rovelli, sono preoccupazioni. L’immagine ti sconvolge. Non vuoi immergerti, non puoi farlo. Non in quell’acqua che ti ricorda il tuo sangue, non in quell’ansia che ti ricorda a te stesso. Via, altrove, ecco, via dalla spiaggia, via dalla battigia. Inspira, trattieni, espira, trattieni.
Sei piccolo, piccolo, perché dovresti affrontare, sì, affrontare… ma cosa? Cosa importa!? È malevola questa sensazione, è da debellare. Da ricacciare dentro, nelle viscere lontane.
Una leggera pressione ti solletica la spalla. Fragranza di fiori, di primavera, di belle stagioni. La sirena che ha per volto il tuo volto spinge con delicatezza il tuo busto in avanti. Il piatto è colmo, di nuovo. Non l’hai mai visto svuotarsi nonostante tu abbia artigliato quel cibo con smania ingorda. Adesso è tanto vicino che il tuo naso ne sfiora la superficie. Poi, la sirena preme e affonda. A te piace, un po’. Un po’ no. Parole blande, ma non sai quali altre usare.
Mentre la faccia sprofonda ti brilla nelle tempie un ultimo pensiero: che il mare in tempesta non era poi tanto spaventoso.

Strizzi le palpebre, ti guardi attorno. Hai chiuso gli occhi un attimo e… ma non ti senti riposato. Come è possibile? La poltrona di vimini è così comoda e il cibo in tavola così invitante e le storie e i suoni che tutti fanno… all’infinito, scorrono scorrono.
«Chiudi quella cazzo di imposta! Non devi far entrare la spuma!»
Grida la sirena guardando il mare con occhi così dolci da provocarti un conato. Ti lasci sfuggire un soffio d’aria dal torso, ma pare che nessuno l’abbia sentita oltre te. Muovi le gambe sotto il tavolo, scosti la sedia, ti alzi e poi ti riabbassi. Indeciso, nervoso, sulle spine. Sei preda della fame e della sete. Ti lecchi le labbra, le dita. Non sei soddisfatto. Ti lecchi le guance.
Salato questo boccone, pensi, prima di affondare le dita nel piatto strappando altri pezzi di cibo.

  1. pag 44-47, Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018 ↩︎

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