Si dice che il cimitero dell’ospedale del Santo Spirito a Berlino, almeno fino ai primi decenni del Novecento, sia stato protetto dalle chiome robuste, floride e ombreggianti di tre tigli superbi, dall’aspetto maestoso e rassicurante. Per la popolazione locale questi tre alberi non erano solo piante gradevoli alla vista, ma l’eredità di una leggenda alla quale pensavano con un certo sorriso sulle labbra.

Una pura e semplice coincidenza

Vivevano a Berlino tre fratelli che nutrivano l’uno per l’altro un’amicizia e una confidenza tali, quali è raro incontrarne1.

Siamo a Berlino, quindi, e qui il narratore ci descrive una situazione che appare strana agli occhi dei benpensanti tedeschi: c’è una famiglia composta da tre fratelli che non solo vanno molto d’accordo gli uni con gli altri, ma si supportano in ogni scelta e si spalleggiano quando è necessario. Sono abituati a prendere le decisioni sulla loro vita di comune accordo, dopo averne parlato ed essersi confrontati a lungo, il tutto dimostrando una trasparenza e una sincerità invidiabili.
Un giorno, o per meglio dire una notte, il più piccolo dei tre fratelli esce di casa senza rivelare nulla dei propri piani ai maggiori. Il motivo è presto detto: un convegno sentimentale. Il giovane avrebbe conosciuto una ragazza di cui si è invaghito e vuole raggiungerla nel luogo del loro appuntamento per approfondire la conoscenza. Dunque, egli esce di casa, si avvia lungo le stradine della Berlino vecchia e, giunto quasi a destinazione, sente dei suoni poco rassicuranti provenire da un punto non lontano da dove si trova. Sembrano rumori di piccoli animali che si muovono, oppure sbuffi, singulti, di persone affaticate. Il giovane, curioso e caritatevole, si avvicina alla fonte dei suoni e, sorpassata la soglia di una casa dalla porta aperta, scopre a terra il corpo di un uomo morente, riverso nel suo stesso sangue. Per il giovane la situazione è chiara: lo sconosciuto è stato accoltellato. Purtroppo, il morente non fa in tempo a profferire parola che spira tra le braccia del confuso giovane. Egli, benché dall’animo buono, non sa che pesci pigliare. Gridare aiuto? Chiamare i soccorsi? Quel che fa è semplice: riprende il corso della sua vita tornando in strada e allontanandosi dall’abitazione. Senonché, proprio in quel momento, viene sorpreso da una pattuglia di gendarmi che ne notano il contegno nervoso e l’andatura franta e irregolare. Dopo essersi avvicinati scorgono addirittura qualche macchia di sangue sull’orlo dei pantaloni e della camicia e quindi, dopo il rinvenimento del cadavere, il giovane viene arrestato e condotto in prigione dove viene incatenato in attesa di giudizio.
Il giovane si proclama innocente, fatto oggettivo per il lettore, non altrimenti per i gendarmi e il giudice chiamato a stabilire il suo destino. Nel corso delle ore e dei primi giorni emergono anche dei dettagli che parrebbero incriminarlo. La vittima è nientemeno che una persona di sua conoscenza, il garzone di un fabbro con il quale si è intrattenuto varie volte e che, a giudicare dalle voci di corridoio, avrebbe allontanato a seguito di una lite riguardante una ragazza che interessava a entrambi. Una fatalità, certo, una pura e semplice coincidenza che nella sua situazione getta un fiotto di benzina sul fuocherello che lento sta crescendo attorno ai suoi piedi.
Ma cosa stanno facendo gli altri due fratelli? Il maggiore si trova in campagna per condurre degli affari in porto, mentre il mediano, insospettito dall’insolita assenza del fratello, ne chiede notizia e scopre quel che di triste gli è accaduto. E allora, cosa fa? Ed ecco che facciamo cadere dal volto ben pasciuto di un borghese tedesco il suo delizioso monocolo: non attende, anzi, si precipita da chi di dovere per pronunciare la somma menzogna.
Sono stato io, non lui! Io e solo io, incatenate me, prendete me, lasciate andare lui, innocente!
Il giudice è stupito dalla confessione accaldata di questo giovane beneducato e dall’aspetto gentile e cortese ma cosa può fare se non metterlo in catene in un’altra cella? Nella sua mente si iniziano ad affastellare dubbi su dubbi, quella situazione comincia a puzzargli e a fargli venire un certo mal di testa. Senonché le sorprese non sono di certo finite. Il fratello più grande, di ritorno dal suo viaggio di affari, trova la casa vuota e ovviamente si informa sui movimenti dei fratelli. Quale sorpresa terribile gli si dipinge sul volto quando scopre che entrambi sono in catene per un delitto che è convinto che essi non abbiano compiuto! E allora – adesso a cadere è anche il bastone del nostro caro gentiluomo tedesco all’ascolto – cosa fare se non costituirsi egli stesso, così da ingarbugliare ancor di più la situazione? Eccolo che si presenta dal giudice e giura e spergiura d’esser lui il colpevole del misfatto.

Metodi antichi: leggende, miracoli e affetto sconfinato

A questo punto il giudice spalancò gli occhi e credette di sognare, il suo stupore era indescrivibile, e in cuor suo cominciava ad aver paura di quell’insolita faccenda. Fede di nuovo rinchiudere e sorvegliare il prigioniero, come pure i suoi fratelli, e stette a lungo assorto in riflessioni, perché vedeva bene che soltanto uno di loro poteva essere l’assassino, e che gli altri solo per nobiltà d’animo e raro amor fraterno si erano offerti al boia.2

La bontà d’animo mostrata da questi individui mette in scacco le regole sociali alle quali il giudice è abituato. Passi l’amore fraterno, passi la nobiltà dello spirito, ma è mai possibile consegnarsi alle mani del boia, pronti per una probabile esecuzione, solo per questi motivi idealistici? Può l’affetto giungere a tanto? Il giudice, dalla salda competenza accumulata in anni e anni di esperienza e studi, non sa raccapezzarsi. E, dettaglio non sottovalutare, è spaventato da questa insolita faccenda, impaurito a causa dell’altruismo sfrenato che gli si para innanzi. La gente, di solito, non si comporta così: anzi, troverebbe questi propositi folli, insensati ed esagerati. Il che, forse, la dice lunga non solo sui tedeschi del tempo, ma anche su tutti coloro che trovano bizzarra questa storia ancora oggi.
Tuttavia, il giudice è uomo dalle eccellenti risorse e, soprattutto, dalle connessioni ragguardevoli. Si reca dal principe elettore e gli racconta tutta la storia, per filo e per segno. Al che, lo stesso grande nobile si stupisce, trovando questa narrazione ben poco comune. E, come si sa, per una questione inusuale c’è bisogno di una soluzione altrettanto inusuale. Così, di comune accordo, i due rappresentanti dello stato decidono di affidare la sorte dei tre fratelli a un giudizio… divino, per così dire, in pieno stile medievale. Avranno un compito da portare a termine di fronte a dei testimoni, ossia piantare degli alberi, dei tigli, non dalle radici, bensì dalla parte dei rami e delle foglie. Così facendo, nel rispetto delle leggi naturali e divine, si scoprirà il colpevole osservando quale pianta avvizzirà per prima. Facile, rapido e pulito, mica male i metodi antichi!

Si era in primavera, e in un giorno chiaro e caldo i tre fratelli furono condotti in un luogo verdeggiante, e a ciascuno fu dato da piantare un giovane e robusto tiglio. Ma non dovevano interrare i tigli dalla parte delle radici, bensì da quella delle giovani chiome verdi, sicché le radici fossero rivolte al cielo, e a chi l’alberello fosse morto o si fosse seccato per primo, quello doveva esser considerato il colpevole e giustiziato.
[…] ciascuno piantò con cura il suo alberello con i rami nella terra. Ma passò poco tempo che gli alberi cominciarono tutti e tre a germogliare e a mettere nuove foglie, a segno che tutti e tre i fratelli erano innocenti.3

La leggenda si conclude con un miracolo. I tigli non solo non avvizziscono, ma crescono con forza fino a diventare simboli amati dalla popolazione di Berlino. Ma cosa rappresentano questi tre alberi che proteggono il riposo dei morti e offrono refrigerio a chi va a trovarli nel cimitero dell’ospedale del Santo Spirito?
L’affetto sconfinato che si può provare per i membri della propria famiglia? La capacità umana di sacrificarsi per gli altri in modo onorevole e dignitoso, senza chiedere nulla in cambio? La natura velatamente ipocrita e gretta delle convenzioni sociali? Oppure la difficoltà di agire il bene nonostante sia chiaro il posto in cui si trova?

  1. pag. 127, Leggende e fiabe, H. Hesse, Newton Compton Editore, 1988, Roma. ↩︎
  2. ivi, pag. 129. ↩︎
  3. ivi, pag. 130. ↩︎

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