Il desiderio è un tiranno oppure un accorto consigliere? Le sue dolci parole sono sagge oppure avventate? Non è possibile dare una risposta univoca a queste domande. In più, qualora la si trovasse, non sarebbe adatta a tutti. Non basterebbe per la varietà dei luoghi, dei tempi e dei caratteri possibili.
Allora, se si potesse esprimere un desiderio per augurare a una persona una vita piena, felice e soddisfacente, quali parole si impiegherebbero? Si opterebbe per un percorso facile e agevolato dalle circostanze fortuite, oppure un sentiero aspro, selvatico, ma pieno di occasioni di crescita significativa?
Augustus, di Hermann Hesse, prova a dissotterrare un possibile indizio.

Le necessità di quell’aggettivo

In città vive una donna di nome Elisabeth. Non è ricca, né tantomeno abbiente, poiché la sua occupazione principale è quella di ricevere lavori di cucito dai vicini. Benché sia giovane, ha più preoccupazioni che grilli per la testa. Suo marito, inoltre, è venuto a mancare da poco e adesso vive da sola, con un bambino in grembo che non conoscerà mai il padre.
Il vicinato con lei è cortese e distaccato, non ha degli amici ai quali rivolgersi per un aiuto o un consiglio, fatta eccezione di un ometto dalla statura media e dall’età avanzata, un personaggio singolare che la saluta sempre di buon grado e dalla cui casa, non lontana da quella di Elisabeth, si sprigionano spesso delle canzoni mai udite prima, frutto in un delizioso e preziosissimo carillon. Il signor Binsswanger, questo il nome dell’uomo anziano, ha una certa predilezione per la vicina, prova nei suoi confronti una simpatia elettiva che non ha nulla di erotico. I due si fanno dei piccoli piaceri a vicenda, senza chiedere nulla in cambio.
Elisabeth pensa in ogni momento a come sarà la sua vita quando nascerà il figlio. Ciò la preoccupa e la elettrizza, non può tralasciare le domande che ogni genitore fa a sé stesso in periodi simili: sarò una buona madre? Come mi comporterò con mio figlio quando sbaglierà? Come lo premierò quando sarà bravo? E, soprattutto, che persona diventerà?
La sua premurosa attenzione è tale da attirare la curiosità del signor Binsswanger che si occupa di facilitare il parto di Elisabeth chiamando una levatrice e assicurando che tutto vada per il verso giusto. Inoltre, quando il pargolo è già nato e compie il suo primo sonno sulla terra, avvicina la donna e le dice che, quella sera stessa, quando ella sentirà il suono del carillon, dovrà sussurrare nell’orecchio sinistro del figlio un desiderio che lo riguardi. Desiderio che, immancabilmente, parola del signor Binsswanger, si avvererà. Elisabeth si strugge alla ricerca delle parole giuste: c’è così tanto di bello e buono che vorrebbe augurare al figlio che non sa proprio quali scegliere. Cos’è più importante? Il denaro, l’amore, l’intelligenza, la simpatia, la tranquillità? Giunta allo scadere della melodia, sa di dover prendere una decisione per non perdere quell’occasione più unica che rara. Dunque, coglie il coraggio a due mani, si guarda attorno nella sua casa spoglia e povera e sussurra al figlio: voglio che tu sia amato da tutti gli esseri umani. Perché, del resto, cosa c’è di peggio per un animale sociale che non poter soddisfare le necessità di quell’aggettivo che si porta dietro?

Il tappeto rosso

Augustus, questo il nome del bambino, cresce bello, forte e apprezzato da tutti. Gli altri bambini fanno a gara per giocare con lui, le bambine si contendono le sue attenzioni, gli adulti lo riempiono di caramelle, complimenti e apprezzamenti di ogni tipo tanto che, agli occhi del piccolo, Elisabeth risulta essere la persona più cattiva nei suoi confronti. Ella, che sa di non poter viziare in modo esagerato il figlio, conosce il suo ruolo e sa di doverlo riprendere se necessario, ma egli diventa subito così bravo nel capire cosa le persone si aspettino da lui da saper addolcire ogni rimprovero con la sua capacità da perfetto manipolatore. Augustus è così benvoluto da suscitare in tutti istantanei sentimenti di ammirazione. Viene percepito come un individuo carismatico e dal successo assicurato, brillante oltre ogni prova tangibile. L’unico in grado di metterlo in riga è il padrino, proprio il signor Binsswanger, che lo ospita nella sua abitazione per raccontargli delle storie di fronte al focolare domestico e, se il bambino si è comportato bene durante la giornata, gli permette di assistere a uno spettacolo incredibile: il volo splendido e pacato di un gruppo di angioletti all’interno del soggiorno.
Tuttavia, le insidie sono dietro l’angolo, o meglio, dentro lo stesso Augustus. Abituato a essere assecondato in ogni sua voglia e capriccio, circondato quindi da un lassismo pedagogico che avrebbe fatto mettere le mani nei capelli al povero Freire, il bambino cresce sviluppando una personalità dispotica, arrogante, superba ed egocentrica. Egli pare, in alcuni frangenti, un sociopatico privo del minimo barlume di empatia. Ottenendo sempre quel che vuole si aspetta di non essere contraddetto e di averla sempre vinta, nelle discussioni come nella vita. Elisabeth si preoccupa di queste sue caratteristiche, ma non sa come gestirle. Si rende conto che il figlio non la rispetta appieno e che, ormai, anche lei ha partecipato al processo che lo ha reso un viziato di prima categoria. C’è di più, è anche consapevole di essere la causa del suo male: quel desiderio espresso all’inizio si è rivelato per il figlio una maledizione.
Il bambino diventa adolescente e da adolescente passa alla giovane adultità: è circondato da agi e lussi, da amanti e sgherri leccapiedi, ogni volta che si sposta in un altro luogo trova sempre degli accoliti pronti a stendere di fronte a lui il tappeto rosso. Diventa una persona estremamente mondana, conosce i segreti di tutti i profumi e di tutti i salotti, è esperto nell’arte della persuasione, del ricatto, della seduzione e della minaccia velata. È un Dorian Gray che non deve nemmeno rendere conto al quadro nella soffitta delle proprie azioni. Ciononostante, a lungo andare, questo eccesso di vittorie e trionfi gli vengono a noia. Non esiste più competizione per lui, non c’è più stimolo alla conquista. Inoltre, grazie al netto rifiuto che gli oppone una donna che crede di amare, rifiuto sorto dal fatto che egli, agli occhi di lei, sia affascinante quanto vizioso, carismatico quanto malvagio, si rende conto di essere, in sostanza, un manichino disegnato con estrema cura, ma vuoto.

La magia del desiderio splendeva nei suoi occhi e sulle sue labbra, le donne lo circondavano di tenerezza, gli amici stravedevano per lui e nessuno s’accorgeva – e lui stesso lo avvertiva appena – quanto il suo cuore si fosse fatto vuoto e avido e quanto malato e sofferente fosse il suo animo. A volte si sentiva tanto stanco di essere amato da tutti, che se ne stava da solo, in abiti diversi, per città straniere, e ovunque trovava uomini e donne stolti e troppo facili da conquistare, e ovunque gli sembrava risibile l’amore che con tanto zelo gli correva appresso e che così poca soddisfazione gli dava ormai.1

Struggimento

Augustus medita e non trova una soluzione. Non capisce come sia possibile, gli è sempre riuscito tutto! Eppure, la risposta è semplice: non ha mai ottenuto nulla contando solo sulle proprie capacità. Estremizza i comportamenti negativi e si lascia dietro uno stuolo di persone rovinate, giovani uomini come donne, delle quali si dimentica per passare alle vittime successive. Ciò dura finché un giorno, in una casa grande che si offre a un promontorio spruzzato di onde, medita di organizzare una grande festa durante la quale si mostrerà come cadavere ai suoi tanti ospiti. Prepara il vino, prende il veleno, sta per ingollarlo come un’amara medicina. Senonché, qualcuno bussa alla sua porta. A entrare nella stanza è un uomo anziano, dal volto sempre gioviale. È il signor Binsswanger. Lo stupore di Augustus è palpabile, ma vuole portare a termine il suo proposito. Tuttavia, con un gesto imprevedibile, è il padrino a bere il vino e il suo contenuto mortale. Poi, tranquillo, si mette seduto per parlare al figlioccio. I ricordi dell’infanzia riaffiorano nella mente di Augustus via via che l’anziano parla e, alla fine, arriva a provare un tale struggimento, una tale nostalgia e senso di assenza, che si getta ai piedi dell’anziano chiedendo non solo pietà, ma anche l’annullamento dell’incantesimo che lo ha reso quel che è: un essere gretto, superficiale, irrilevante e insignificante. Un cattivo, un gaudente senza scrupoli, un essere amorale, asociale e capriccioso.

«Mi ci proverò», disse al padrino. «Toglimi l’antica magia che di nessun aiuto mi è stata, e concedimi che io possa amare gli uomini.»
Piangendo si inginocchiò ai piedi del vecchio amico e, già mentre compiva questo gesto, si sentì ardere in cuore l’amore per quell’uomo, e desiderò ritrovare parole e gesti dimenticati.2

Recuperare l’umanità

Augustus rinuncia al suo potere sovrannaturale di piacere a tutti in ogni luogo. La reazione del mondo esterno non tarda ad arrivare ed è come se la natura aprisse gli occhi sul suo conto. Tutti coloro che sono entrati in contatto con lui iniziano a disprezzarlo, odiarlo e sbeffeggiarlo. Finisce così ben presto in prigione e lì trascorrerà anni lunghi in cui mediterà e rifletterà sulla sua vita assurda e grottesca. Tuttavia, un barlume di speranza anima ancora i suoi pensieri. Egli, adesso, benché unanimemente disprezzato, ha ottenuto la capacità di amare gli altri esseri umani. Quale conforto è per lui! Si rende conto che la possibilità di dare affetto e comprensione è estremamente più preziosa di quella di riceverne.
Una volta fuori dalla prigione si trova in un mondo diverso. Ormai non è più giovane, né bello e non ha un luogo in cui tornare. Inizia quindi a viaggiare per incontrare il maggior numero possibile di persone. Più gli incontri aumentano e più la sua convinzione si rafforza: l’umanità è splendida, nella miseria e nella nobiltà, nella spazzatura e negli agi.

Non passava giorno che non si meravigliasse di quanta miseria fosse al mondo e quanto allegri e contenti potessero tuttavia mostrarsi gli esseri umani, e lo gratificava e trovava esaltante constatare di continuo come non vi fosse dolore al quale non facesse riscontro un lieto riso, e lamento funebre cui non rispondesse il canto di un bambino, e come per ogni miseria e bassezza ci fosse gentilezza, una battuta di spirito, una consolazione, un sorriso.3

Augustus, al termine del suo peregrinare, ha trovato la sua improbabile vocazione. Essere di conforto a chi ne ha bisogno, senza fare sconti o senza privilegiare un individuo sopra un altro. Perché sia il povero che il ricco hanno bisogno di attenzioni e affetto e poco importa che, da ambo le parti, lui riceva spesso insulti e venga trattato come un mendicante infido e pericoloso.
Durante il suo ultimo inverno, quando ormai la memoria non lo supporta più come un tempo, Augustus giunge di fronte alla porta di una casa familiare. Lì viene accolto e fatto sedere di fronte a un caminetto con un focolare acceso proprio per lui. Il suo ospite altri non è che il signor Binsswanger che, come se non fosse passato nemmeno un secondo per lui in tutti quei decenni, lo tratta come il bambino innocente che Augustus era pur stato, sebbene per poco. E alla fine, stanco, esaurito e soddisfatto, il viaggiatore si addormenta di fronte al camino, ma non prima di assistere all’ultimo volto degli angeli sul soffitto della stanza. Segno che, dopotutto, è stato in grado di recuperare la propria umanità.

  1. pag. 198, Leggende e fiabe, H. Hesse, Newton Compton Editore, 1988, Roma. ↩︎
  2. ivi, pag. 203. ↩︎
  3. ivi, pag. 207. ↩︎

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