Prendere il the sul confine delle cose

Ardore, senso dell’umorismo, asperità caratteriali, riflessione costante e poesia. Una piccola percentuale, striminzita, di quel che è stata Virginia Woolf.

Il suo ardore è tutto da ritrovare nella focosa passione che le ha permesso di marchiare la storia letteraria con la sua firma. Possedeva il dono innato dell’osservazione e l’idea di lasciarlo a macerare non le interessava granché. In maniera acuta, se possibile, a volte, troppo, sezionava ogni scena in nuclei ben distinguibili e capaci di sorprendere nonostante il loro apparente carattere periferico. È piuttosto facile emozionare e suscitare delle emozioni narrando l’impresa di un eroe alle prese con un drago. Se ne possono tracciare con frasi incisive e concise alcune caratteristiche salienti, così da vitalizzare l’ambiente per renderlo parte attiva della scena, e, infine, istoriare con secca e decisa abilità delle azioni degne di entrare nella storia. L’arco disegnato da un fendente, la stilla di sangue che goccia via il peccato originale della bestia mitologica, la preoccupazione di uno scudiero appassionato ma consapevole di essere un intralcio, le aspettative di un’intera cittadina, il destino che si compie in maniera spettacolare, dando risalto a vinti e vincitori, cacciatori e prede. Altro discorso è coinvolgere avendo tra le mani una signora di mezza età, sottile, elegante e un po’ fatua, una sezione di carta da parati e una strada londinese orchestrata dal limpido trascorrere del tempo scoccato dal Big Ben. Ciononostante, la grandezza di Woolf consiste anche in questo: nella capacità di valorizzare qualunque tipo di fondale, ogni vezzo apparentemente insignificante e qualsiasi pensiero estemporaneo che fulmina la consapevolezza dei suoi personaggi. Uno stagno all’interno di un parco non è mai solo una pozzanghera circondata da mosche e bambini schiamazzanti. È invece il regno di una serenità problematica, che attrae e respinge, che dimostra la pochezza delle ambizioni umane e al contempo la loro necessaria appetibilità. Così come una casa non è mai l’insieme costituito da quattro pareti, un pavimento e un soffitto. È la culla della vitalità così come il rifugio della procrastinazione, del tedio e dell’horror vacui di cui si può avere esperienza quando, nell’atto di versare dell’innocente the, si scopre una faglia nel terreno della realtà e si capitombola altrove, nella dimensione dell’incertezza cosmica. Di questi sentimenti così folgoranti, in grado di rendere vulnerabile lo spirito più audace, cosa rimane alla fine della tazza, quando il the ha scaldato l’esofago e la faglia sembra inghiottire tutto lo spazio circostante? Rimane tutto, intatto, cristallino. Le epifanie, istanti di sospensione in grado di sconvolgere i cardini della vita razionale a partire dalle osservazioni più minute, cedono il posto a quelli che l’autrice definiva moments of being. Che il fantasma di Joyce non se la prenda a male, l’arte di Woolf è tale da aver trasformato una risorsa già pregiata in un ingrediente ancor più sublime. L’epifania mostra il varco di montaliana memoria, la fessura, lo squarcio, il passaggio. Il moment of being è l’attraversamento panico di una Terra che, per la prima volta, sembra un luogo ricco di bellezze inesplorate e, soprattutto, inesplorabili nella loro interezza. Di possibilità che sottostanno a leggi diverse da quelle del tempo cronologico. È la durata di Bergson a dominare. Il principio dell’indeterminatezza di Heisenberg, la relatività di Einstein, l’inconscio di Freud e sì, perché no, la sigaretta di Zeno Cosini. È in questo sistema che un uomo, un reduce di guerra, della Grande Guerra, può scorgere nella gentilezza premurosa della moglie un rimprovero sommesso, nella professionalità bonaria di un medico l’incarnazione del male, nel riflesso di un compagno scomparso nel conflitto il profeta di cui seguire l’esempio e diffondere il verbo. Tuttavia, è anche così che un uomo vissuto, reduce non della guerra ma di un’esperienza oltreoceano, in quell’India Britannica che tanto affascinava l’intellighenzia della Corona, un uomo, tutto sommato, capace di cogliere l’attimo che fugge, di innamorarsi di una giovane già madre, di superare i propri pregiudizi intellettuali nei confronti di una società che trova grigia, magra di soddisfazioni e ricca di sciocche consolazioni, quest’uomo, innamorato, stavolta profondamente, di un’amica d’infanzia sfuggente che l’ha tenuto appeso al filo dell’illusione per più di trent’anni, si ritrova, in silenzio, seduto sulla sedia imbottita di un salotto pretenzioso mentre il suo sole, ancora una volta, continua a sfuggirgli per mostrare di sé scampoli, vibrazioni, rimpianti dal sapore di e se.

La prosa di Woolf è la più eminentemente poetica che si possa trovare in circolazione, perlomeno per quanto riguarda il canone letterario tradizionale. Lo stile è evocativo al punto da scolorire la tavolozza della realtà per prediligere le tinte pastello del sogno a occhi aperti. Ogni ripetizione carica, come se ci si trovasse di fronte ad una dinamo, il singolo significante. Ogni reiterazione ne amplifica l’intensità di corrente, la capacità di svelare, dilaniare quel che il common sense spaccia per assoluto, intoccabile e primigenio. Quando viene raggiunto l’apice e l’epigono già si vede all’orizzonte ecco che il termine tanto eccitato collassa e di lui non rimane che l’impressione di una detonazione avvenuta altrove con la bomba ancor ticchettante tra le mani. E via, via, verso la nuova figura che sostituirà l’ordigno truccato, via, in direzione di un’esplosione che mai avverrà.
Tutto è contenuto, rarefatto e sottilmente indagato. Il pungolo dell’autrice, il suo bisturi da chirurgo, arriva a toccare i nervi, li sollecita, li titilla quasi non fosse consapevole delle conseguenze di questa azione. Il povero lettore di fronte allo strabordare degli impulsi, degli input e degli spunti, a volte, è indotto a mostrar bandiera bianca. C’è troppo sul fuoco, la brace arde con foga e né il tempo, né la capacità dello stomaco, permettono di vedere la luce in fondo al tunnel. Ciò succede perché, abituatisi a un punto di vista, ecco che ne spunta fuori un altro per magia, dopo un artificio di prestidigitazione. Ma come, si è portati a recriminare, adesso che ho raccolto la carta nautica e la bussola, adesso che ho fatto scorta di buona volontà e spirito d’iniziativa, tu mi tradisci così, andandotene via chissà dove, a cambiare tono, umore, anima? L’esistenza, del resto, è poliforme. Non può essere imbrigliata. Se si ha la fortuna di vedere cento a fronte di dieci è impossibile mantenere la rotta sulle piste già tracciate. Compare per questo una ridda di personaggi, intenzioni e memorie. Una folla di pensieri, che siano attinenti, sconclusionati oppure sudditi di una logica diversa da quella quotidiana. È che tutto, tutto, si mescola nei sensi, grazie alla percezione, e tutto, tutto, determina e influenza quel che è, quel che sarà.
Le opere di Woolf hanno un modo tutto loro di essere affrontate. Forse, richiedono uno stile di lettura che non possediamo più, alla stregua di un’arte marziale perduta nei secoli. Forse, la loro natura è da rispettare in toto e necessita di un passo indietro, di un’ulteriore sospensione, della capacità di dedicare a un paragrafo, se necessario, il tempo di un poema.

Photo by Vero Manrique

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